Speranza

Certezza della Speranza cristiana

 

Il cristiano ha speranza nella Parola di Dio che contiene tutte le sue promesse. Il Verbo si è fatto carne non per restare parola muta o per essere una parola morta. La nostra speranza non si appoggia su una illusione, noi poniamo la speranza in una Parola viva che non ci deluderà perché è già realizzata in Gesù Cristo essendo egli Risorto e asceso alla destra di Dio Padre.

 

“la redenzione, la salvezza, secondo la fede cristiana, non è un semplice dato di fatto. La redenzione ci è offerta nel senso che ci è stata donata la speranza, una speranza affidabile, in virtù della quale noi possiamo affrontare il nostro presente” (Benedetto XVI, Spe Salvi, n.1)

 

Mediante la conoscenza di questa speranza futura noi ci sentiamo amati qualunque cosa accada. Siamo fiduciosi perché la nostra speranza non sarà delusa. La presenza del Signore nella mia vita oggi è consolidata dalla presenza del Signore in eterno.

 

“Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha costituito erede di tutte le cose e per mezzo del quale ha fatto anche il mondo. Questo Figlio, che è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza e sostiene tutto con la potenza della sua parola, dopo aver compiuto la purificazione dei peccati si è assiso alla destra della maestà nell’alto dei cieli”  (Eb 1,1-3)

 

La speranza attira dentro il presente il futuro della vita eterna, ci dà già ora qualcosa della realtà attesa. Per questo possiamo affermare che la fede in Gesù è la sostanza delle cose che si sperano, perché speriamo in qualche cosa che c’è già, in qualcuno che è vivo ed opera in noi mediante il suo Spirito che è Santo.

 

“La nostra gioia, fratelli, non è dunque ancora una realtà di fatto ma è una gioia nella speranza. Tuttavia la nostra speranza è così certa che è come se fosse già diventata realtà. Non abbiamo infatti alcun timore, perché a promettere è stata la Verità, e la Verità non può né ingannarsi né ingannare. È buona cosa, dunque, che ci teniamo stretti a lei, che ci fa liberi purché rimaniamo nella sua parola. Ora infatti, crediamo, in futuro vedremo. Quello del credente è il tempo della speranza nel secolo presente; quello del vedere sarà il tempo della realtà nell’eternità, quando vedremo faccia a faccia… [colui che ci ha creato e redento]” (Sant’Agostino, Commento ai salmi, 123.2)

 

Per noi cristiani la speranza è vissuta nel concreto, non è una fuga in avanti per addolcire il presente, ma la forza di abbracciare con amore la vita reale, attirati come da una calamita dalla realtà eterna futura, presente e salda nei nostri cuori.

 

Le false speranze

 

Senza numero sono le false speranze che l’uomo costruisce per se stesso fin dai tempi antichi, dalle grandi ideologie alle piccole idolatrie quotidiane. Sono false speranze che pretendono di risolvere i nostri problemi per sempre, prospettando una vita personale e sociale felice e duratura.

 

“il benessere morale del mondo non può mai essere garantito semplicemente mediante strutture, per quanto valide esse siano. […] Poiché l’uomo rimane sempre libero e poiché è sempre anche fragile, non esisterà mai in questo mondo il regno del bene definitivamente consolidato. Chi promette il mondo migliore che durerebbe irrevocabilmente per sempre, fa una promessa falsa; egli ignora la libertà umana. La libertà deve sempre di nuovo essere conquistata per il bene […] se ci fossero strutture che fissassero in modo irrevocabile una determinata buona condizione del mondo, sarebbe negata la libertà dell’uomo e per questo motivo non sarebbero in definitiva, per nulla strutture buone.” (Benedetto XVI, Spe Salvi, n.24)

 

Modelli di pensiero che ci propongono false speranze sono molteplici: il materialismo storico, il consumismo liberale, una religione personalizzata fatta su misura, la fede nella scienza come progresso evoluzionista fino all’eugenetica, la fede assoluta nella ragione illuminista e positivista; anche la struttura delle caste in virtù della reincarnazione è una falsa speranza, come il premio eterno del Dio misericordioso se uccidi gli infedeli per una società teocratica in cui tutti sono obbligati ad essere sottomesi a Dio.

 

“Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto.”  (Eb 1,1-3)

 

Se abbiamo dovuto usare parole difficili per parlare delle false speranze degli uomini, possiamo usare le parole semplici del nuovo Testamento che ci invitano alla conversione ponendo la speranza unicamente in colui che la possiede, e dunque ce la può dare.

 

“Signore, mio Dio, in te ho sperato, salvami! (Salmo 7,2) Parrebbe cosa semplice, come se chiunque potesse dirlo in tutta sincerità: Ma forse non è così. Colui che spera negli uomini o che si eccita per una qualche realtà terrena, come il potere, le ricchezze o una di quelle cose che nell’opinione dei più passano per essere splendide, non può dire Signore… ho sperato. C’è infatti un precetto che impone di non sperare nei potenti: Maledetto è l’uomo che ripone la speranza nell’uomo. Come non bisogna venerare nient’altro all’infuori di Dio, così non bisogna porre la speranza in nient’altro se non nel Dio Signore di tutte le cose: il Signore è la mia speranza e il mio canto di lode. ” (San Basilio Magno, Omelie sui salmi, 7.2)

 

Per noi cristiani l’unica speranza viene da Dio che si è manifestata in Gesù Cristo.

 

La preghiera come atto di speranza

 

La preghiera è un atto di speranza o, meglio, speranza in atto. Chi prega si affida a Dio, confidando nel suo aiuto, nella sua parola, nelle sue promesse. Ci si rivolge a Dio per chiedere di intervenire nella nostra vita, nelle nostre vicende e soccorrerci là dove noi non possiamo fare nulla, anche quando umanamente parlando, si è persa ogni speranza. Infatti, proprio quando sembra non ascoltarci più nessuno, Dio è il solo che ci ascolta: Egli è sempre con noi e per noi, per questo possiamo pregarlo in ogni circostanza, confidando nel suo aiuto. In tal modo la preghiera diventa un fattore di speranza, come ricorda Papa Benedetto XVI in riferimento alla vita del Cardinale Nguyen Van Thuan:

 

Durante i tredici anni di carcere [di cui nove in isolamento], in una situazione di disperazione apparentemente totale, l’ascolto di Dio, il poter parlargli, divenne per lui una crescente forza di speranza, che dopo il suo rilascio gli consentì di diventare per gli uomini in tutto il mondo un  testimone della speranza – di quella grande speranza che anche nelle notti della solitudine non tramonta” (Benedetto XVI, Spe salvi, 32).

 

In un altro modo la preghiera è legata alla speranza: in essa possiamo verificare quali sono le nostre vere attese e desideri e così possiamo imparare a rettificare le nostre intenzioni, a renderle più pure, più conformi alla volontà di Dio.

 

“Nella preghiera l’uomo deve imparare che cosa egli possa veramente chiedere a Dio – che cosa sia degno di Dio. Deve imparare che non può pregare contro l’altro. Deve imparare che non può chiedere le cose superficiali e comode che desidera al momento – la piccola speranza sbagliata che lo conduce lontano da Dio” (Benedetto XVI, Spe salvi, 33).

 

Se a Dio chiediamo soltanto in vista di un bene materiale, se chiediamo solo per noi stessi, se non ci apriamo alla lode e al ringraziamento, se non diciamo: “Sia fatta la tua volontà”, se il nostro orizzonte di preghiera non va oltre la vita terrena, allora è molto probabile che la nostra speranza abbia bisogno di purificazione e il nostro cuore debba fare posto al dono di Dio, debba in qualche modo “dilatarsi” per imparare a desiderare il bene più grande: la piena comunione con Dio.

 

“In questo consiste la nostra vita: esercitarci col desiderio. Saremo tanto più vivificati da questo desiderio santo, quanto più allontaneremo i nostri desideri dall’amore del mondo. […] Tu devi essere riempito di bene: liberati dunque dal male. Supponi che Dio ti voglia riempire di miele: se sei pieno di aceto, dove metterai il miele? Bisogna gettar via il contenuto del vaso, anzi bisogna addirittura pulire il vaso, pulirlo faticosamente coi detersivi, perché si presenti atto ad accogliere questa realtà misteriosa. […] Dilatiamoci col desiderio di lui, cosicché ci possa riempire, quando verrà. Saremo infatti simili a lui, perché lo vedremo così com’è” (S. Agostino, Commento al Vangelo di Giovanni 4,6).

 

Speranza nella resurrezione

 

Gesù risorto è la nostra speranza. Perché? Come è diventato la nostra speranza? Egli ha vissuto come noi; è stato tentato, ha sofferto e patito la croce ed è morto come tutti. Ha vinto la tentazione senza mai peccare, non si è sottratto ai patimenti e alla croce, non è fuggito davanti alla morte. Sapeva che sarebbe risorto, tuttavia ha vissuto il sentimento di abbandono nella sua vera umanità. Lui è risorto per primo per darci la speranza nella resurrezione:

 

“E se lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi.” (Rom 8,10)

 

La speranza nella risurrezione è stato un argomento molto presente nei Padri della Chiesa. In particolare Sant’Agostino in una sua omelia, predicata in Africa a Cartagine nel 412, mette in evidenza che la morte e la risurrezione di Cristo è il fondamento della nostra speranza:

 

“Il genere umano sapeva di dover morire, ma non sapeva di poter risorgere. Perciò aveva di che aver paura, ma non sapeva sperare. Affinché dunque, colui che per correggerci ci aveva infuso la paura della morte [che Dio ha dato ad Adamo ed Eva dopo il peccato originale] ci desse la speranza della risurrezione in vista di una vita eterna futura, ecco che il Signore nostro Gesù Cristo risorse per primo. Morì come già tanti prima di lui, risorse prima di tutti. Morendo subì la sorte che già molti avevano subìto, risorgendo fece ciò che prima di lui nessuno aveva fatto. […] Voglio ripeterlo in modo ancora più chiaro: perché potessi avere quella speranza di risurrezione che non avevo, Sei risorto per primo, affinché io abbia la speranza che un giorno ti seguirò là dove mi hai preceduto.”  (Commento ai salmi, 90.2ss)

 

Oggi, nel tumulto dei popoli, leggiamo cosa scrive Benedetto XVI sulla speranza nella vita di Sant’Agostino:

 

“Egli una volta descrisse così la sua quotidianità: « Correggere gli indisciplinati, confortare i pusillanimi, sostenere i deboli, confutare gli oppositori, guardarsi dai maligni, istruire gli ignoranti, stimolare i negligenti, frenare i litigiosi, moderare gli ambiziosi, incoraggiare gli sfiduciati, pacificare i contendenti, aiutare i bisognosi, liberare gli oppressi, mostrare approvazione ai buoni, tollerare i cattivi e (ahimè!) amare tutti ». […] Di fatto, proprio questa era l’intenzione di Agostino: nella situazione difficile dell’impero romano, che minacciava anche l’Africa romana e, alla fine della vita di Agostino, addirittura la distrusse, trasmettere speranza […] egli dice: Cristo «intercede per noi, altrimenti dispererei. Sono molte e pesanti le debolezze, molte e pesanti, ma più abbondante è la tua medicina. Avremmo potuto credere che la tua Parola fosse lontana dal contatto dell’uomo e disperare di noi, se questa Parola non si fosse fatta carne e non avesse abitato in mezzo a noi ». In virtù della sua speranza, Agostino si è prodigato per la gente semplice e per la sua città. (Spe Salvi n.29)

 

Lieti nella speranza pazienti nella tribolazione

 

Noi cristiani speriamo in ciò che crediamo anche quando siamo messi alla prova dalle tribolazioni della vita. Occorre la  virtù della pazienza che a sua volta necessita della fortezza d’animo. Per giungere ad ottenere ciò che speriamo occorre essere forti e pazienti

 

“siate lieti nella speranza e forti nella tribolazione” (Rom 12,12) “rafforzatevi con ogni energia, secondo la potenza della sua gloria, per poter essere forti e pazienti in tutto.” (Col 1,11) “Siate dunque pazienti, fratelli, fino alla venuta del Signore. Guardate l’agricoltore: egli aspetta pazientemente il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le piogge d’autunno e le piogge di primavera.” (Gal 5,7)

 

Saper aspettare! Ma non in modo passivo o agitato, non nello scoraggiamento o volendo anticipare i tempi. Saper aspettare prendendo forza dal Signore, dalle sue parole, dai sacramenti e attraverso la preghiera personale per diventare l’agricoltore  gradito al Signore capace di buoni frutti dopo aver atteso il passare delle stagioni della vita. Quando passeremo da questa vita alla vita eterna lasceremo tutto e troveremo i frutti di ciò che abbiamo sperato.

 

“Bisogna essere pazienti e perseveranti, fratelli carissimi, affinché, dopo essere stati ammessi alla speranza della verità e della libertà, possiamo giungere alla verità e alla libertà vere e proprie. Il nostro stesso essere cristiani è questione di fede e di speranza, ma perché la fede e la speranza possano conseguire il loro frutto è necessaria la pazienza.” (San Cipriano, Elogio della pazienza n.13)

 

La speranza senza pazienza è solo una bella parola. Una speranza non vissuta concretamente e interiormente porta alla disperazione perché è senza forza davanti alle difficoltà e alle contrarietà. Noi speriamo ciò che Gesù ci ha promesso e siamo certi di ottenerlo anche se è necessario passare attraverso le prove e le tribolazioni della vita presente.

 

“Questo saper aspettare sopportando pazientemente le prove è necessario al credente per poter «ottenere le cose promesse […] Nel Nuovo Testamento questa attesa di Dio, questo stare dalla parte di Dio assume un nuovo significato: in Cristo Dio si è mostrato. Ci ha ormai comunicato la « sostanza » delle cose future, e così l’attesa di Dio ottiene una nuova certezza. È attesa delle cose future a partire da un presente già donato. È attesa, alla presenza di Cristo, col Cristo presente, del completarsi del suo Corpo, in vista della sua venuta definitiva. […] il sottrarsi di chi non osa dire apertamente e con franchezza la verità forse pericolosa […] nascondersi davanti agli uomini per spirito di timore nei loro confronti conduce alla «perdizione» (Eb 10,39). «Dio non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di amore e di saggezza» (2Tim 1,7) una bella espressione dell’atteggiamento di fondo del cristiano.” (Benedetto XVI, Spe Salvi n.9)

 

Lo Spirito di consolazione è la nostra speranza

 

Lo Spirito Santo effuso sugli Apostoli è lo Spirito Consolatore. Gesù effuse lo Spirito nel cenacolo, apparendo agli Apostoli dopo la sua risurrezione e il loro tradimento dicendo loro “Pace a voi”. Gesù dona loro la pace che consola il loro cuore pentito e impaurito. Lo Spirito Santo scenderà a Pentecoste infondendo forza, coraggio e gioia.

 

“[…] mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: “Pace a voi! ”. Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”. Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: “Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi”. (Gv 20,19-23). “Mentre il giorno di Pentecoste stava per finire, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. […] ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro il potere d’esprimersi. (Atti 2,1-4)

 

Quando il cuore dell’uomo sperimenta il peccato si chiude in se stesso e non riesce a rivolgere lo sguardo a Dio e resta muto. La disperazione tenta di prendere il soppravvento. È necessario avere l’umiltà di riconoscersi bisognosi del perdono del Signore, sperando in Lui perché abbiamo sperimentato che non possiamo sperare in noi stessi.

 

“… a Dio tutto è possibile. Egli infatti è colui che solleva dalla terra il povero e rialza dall’immondizia il misero, per farlo sedere tra i principi, tra i principi del suo popolo. Egli è colui che fa abitare la sterile nella sua casa quale madre gioiosa di figli. Non disperare dunque. Se il diavolo è stato tanto forte da precipitarti dalle vette della virtù all’abisso del male, tanto più Dio avrà la forza per riportarti alla precedente lealtà. Non solo, perché potrà renderti molto più santo di prima. Tu però non abbatterti, non troncare ogni speranza, non fare la fine degli malvagi. Infatti di solito non è tanto la quantità dei peccati a spingere alla disperazione, quanto avere l’animo malvagio” (San Giovanni Crisostomo, A Teodoro, 1)

 

Lo spirito di disperazione viene dal Maligno e si radica nel cuore di chi non spera più nella misericordia divina. Al contrario lo Spirito di Consolazione santifica il cuore umile e pentito, genera Speranza e fortifica lo spirito. Cerchiamo dunque lo Spirito Santo che consola, non la consolazione, e avremo Speranza.

 

La parola latina con-solatio, consolazione, lo esprime in maniera molto bella suggerendo un essere-con nella solitudine, che allora non è più solitudine. […] Dio – la Verità e l’Amore in persona – ha voluto soffrire per noi e con noi. Bernardo di Chiaravalle ha coniato la meravigliosa espressione: – Dio non può patire, ma può compatire – […] da lì si diffonde in ogni sofferenza la con-solatio, la consolazione dell’amore partecipe di Dio e così sorge la stella della speranza. (Benedetto XVI, Spe Salvi 38-39)

 

Testimoni della speranza

 

La virtù della speranza cristiana accompagna con la pace e la gioia interiore anche le esperienze più tristi e dolorose. Il pensiero della beatitudine riservata a coloro che amano Dio, infatti, rende sopportabili e desiderabili non solo le sofferenze quotidiane, ma spinge fino agli atti di virtù più elevata.

 

La Sacra Scrittura, nel Secondo Libro dei Maccabei (cap. 7), ricorda sette giovani fratelli, che presi insieme alla loro madre, furono costretti dal re con crudeltà e violenza a contravvenire alla legge di Dio. Brutalmente torturati, mutilati in varie parti del corpo ed infine bruciati col fuoco, tra gli indicibili tormenti, si esortavano a vicenda: “Il Signore Dio ci vede dall’alto e in tutta verità ci dà conforto”. “È bello morire a causa degli uomini, per attendere da Dio l’adempimento delle speranze di essere da lui di nuovo risuscitati”.

 

Nel 1597, trent’anni dopo l’inizio della missione di San Francesco Saverio in Giappone, le autorità fecero arrestare Padre Paolo Miki, sacerdote gesuita, insieme ad altri 25 cristiani tutti giapponesi. Dopo aver loro inflitto terribili offese e torture, li condannarono a morte e li crocifissero sulla spiaggia presso Nagasaki. Padre Paolo, vedendosi innalzato sul “pulpito” della croce, ringraziò Dio per il dono del martirio, poi disse ad alta voce:

 

«Giunto a questo istante, penso che nessuno tra voi creda che voglia tacere la verità. Dichiaro pertanto a voi che non c’è altra via di salvezza, se non quella seguita dai cristiani. Poiché questa mi insegna a perdonare ai nemici e a tutti quelli che mi hanno offeso, io volentieri perdono all’imperatore e a tutti i responsabili della mia morte, e li prego di volersi istruire intorno al battesimo cristiano». (dall’Ufficio delle Letture del 6 febbraio).

 

Papa Benedetto XVI, nell’Enciclica sulla speranza cristiana, cita una lettera del martire vietnamita Paolo Le-Bao-Thin († 1857), dalla quale traspare la trasformazione della sofferenza mediante la forza della speranza che proviene dalla fede:

 

«Questo carcere è davvero un’immagine dell’inferno eterno: ai crudeli supplizi di ogni genere, come i ceppi, le catene di ferro, le funi, si aggiungono odio, vendette, calunnie, parole oscene, false accuse, cattiverie, giuramenti iniqui, maledizioni e infine angoscia e tristezza. Dio, che liberò i tre giovani dalla fornace ardente, mi è sempre vicino; e ha liberato anche me da queste tribolazioni, trasformandole in dolcezza: eterna è la sua misericordia. In mezzo a questi tormenti, che di solito piegano e spezzano gli altri, per la grazia di Dio sono pieno di gioia e letizia, perché non sono solo, ma Cristo è con me » (Benedetto XVI, Spe salvi, 37).

 

In questi tempi i giovani e le famiglie hanno bisogno di vivere una speranza autentica capace di dare forza per superare le gravi difficoltà e persecuzioni contro la fede cristiana che il mondo moderno vuole imporre. Sono tempi difficili ma insieme tempi di grande Speranza.

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