Carità

Cos’è la carità?

 

Per capire che cos’è la carità bisogna guardare a Dio. Infatti, come dice San Giovanni Apostolo nella sua Prima Lettera, Dio è carità (Gv 4,16). La carità è la sostanza di Dio, che unisce il Padre al Figlio nello Spirito Santo e fa delle tre Persone divine un solo Dio, nel quale si attua un unico ed incessante atto di amore. In modo figurato, possiamo dire che Dio ha un solo cuore che batte per tutte e tre le Persone divine e questo cuore è la carità. La carità è un amore che vuole sempre il bene, mai il male, ed è pronto a tutto, anche al sacrificio totale, pur di realizzare il vero bene. Il mistero della carità di Dio risplende nella passione e morte in croce di Cristo, in cui il Figlio si offre al Padre in sacrificio di amore per ottenere agli uomini peccatori il perdono e la grazia. Anche noi riceviamo il dono della carità, con il Battesimo, infatti, Dio infonde in noi lo Spirito Santo, il quale viene in noi per far germogliare e crescere la carità, ossia la stessa vita divina.

 

“È dunque lo Spirito che è designato in questa affermazione: Dio è amore. Ecco perché lo Spirito Santo, Dio che procede da Dio, una volta dato all’uomo, l’accende d’amore per Dio e per il suo prossimo, essendo lui stesso amore. L’uomo infatti non riceve se non da Dio l’amore per amare Dio […] Anche l’apostolo Paolo dice: La carità di Dio è stata diffusa nel nostri cuori, mediante lo Spirito Santo che ci è stato dato” (S.Agostino, La Trinità, XV,17,29.31).

 

Lo Spirito Santo è l’artefice della carità; riproduce in noi gli stessi sentimenti di Cristo per farci diventare «figli nel Figlio».

 

Morendo sulla croce, Gesù — come riferisce l’evangelista — « emise lo spirito », preludio di quel dono dello Spirito Santo che Egli avrebbe realizzato dopo la risurrezione. Si sarebbe attuata così la promessa dei « fiumi di acqua viva » che, grazie all’effusione dello Spirito, sarebbero sgorgati dal cuore dei credenti. Lo Spirito, infatti, è quella potenza interiore che armonizza il loro cuore col cuore di Cristo e li muove ad amare i fratelli come li ha amati Lui, quando si è curvato a lavare i piedi dei discepoli e soprattutto quando ha donato la sua vita per tutti” (Benedetto XVI, Deus caritas est, 19).

 

Costituiti ad immagine e somiglianza di Dio, possiamo essere inseriti come tralci alla vite in Cristo e portare frutti di carità.

 

“Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. […] Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. (Gv 15,1-17)

 

Carità e fede

 

La carità cristiana è basata sulla fede e non può esserci carità senza fede. Essa proviene dall’incontro con Cristo nella fede degli Apostoli trasmessa dalla Chiesa. Tale incontro consiste essenzialmente nella scoperta e nell’accettazione libera, perciò volontaria, di quell’Amore infinito ed eterno di Dio, che Cristo ci ha rivelato. Accettazione dell’Amore per il quale il Padre ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito perché in Lui potessimo ricevere il dono della vita eterna; di quell’Amore che ha mosso il “Cuore” del Figlio di Dio ad umiliarsi, facendosi uomo per noi e ad offrire sull’altare della Croce il proprio Corpo ed il proprio Sangue in remissione nostri peccati; di quell’Amore che ha fatto discendere lo Spirito Santo sulla Chiesa nascente, nel Cenacolo, e lo fa discendere ed operare nei nostri cuori soprattutto attraverso i sacramenti.

 

Abbiamo creduto all’amore di Dio — così il cristiano può esprimere la scelta fondamentale della sua vita. All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva. Nel suo Vangelo Giovanni aveva espresso quest’avvenimento con le seguenti parole: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunquecrede in lui … abbia la vita eterna» (3, 16)” (Benedetto XVI, Deus caritas est, 1).

 

Gesù stesso è venuto a suscitare la fede, perché essa diventi operante mediante la carità: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo” (Mc 1,15). E nel Vangelo di san Giovanni sono riportate queste parole di Gesù “Questa è l’opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato” (Gv 6,29).

 

Soltanto chi riconosce in Gesù Cristo il Figlio di Dio fatto uomo, rinasce spiritualmente e può vivere di quello stesso amore che è in Dio: “Chiunque crede che Gesù è il Cristo, è nato da Dio. […] Questo vi ho scritto perché sappiate che possedete la vita eterna, voi che credete nel nome del Figlio di Dio” (1Gv 5,1.13). Da questa fede nasce un’esistenza nuova, orientata a ricambiare l’amore di Dio.

 

La fede è base, fondamento della carità, ma è la carità che rende perfetta la fede.

 

Uno può anche avere una retta fede nel Padre e nel Figlio, così come nello Spirito Santo, ma se non ha una retta vita, la sua fede non gli servirà per la salvezza. Quando dunque leggi nel Vangelo: “Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio” (Gv 17,3), non pensare che questo verso basti a salvarci: sono necessari una vita e un comportamento purissimi (San Giovanni Crisostomo, Epist. Cath. et Apoc.).

 

Essa fa sì che l’uomo creda non solo con l’intelletto, ma anche con la volontà. Crede solo con l’intelletto chi, pur conoscendo i comandamenti di Dio, non li osserva, perché non vuole cambiare vita o impegnarsi nella preghiera, nella penitenza, nella pratica delle virtù cristiane: in sostanza, ama più il mondo di Dio e perciò non accoglie tutto il Vangelo.

 

Amore di Dio e del prossimo

 

La virtù della carità abbraccia tanto l’amore a Dio quanto l’amore al prossimo, come ci insegna il Signore Gesù con il comandamento dell’amore: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. […] Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Mt 22,37-39).

 

Possiamo ricordare anche le sue parole durante l’Ultima cena: “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15,12-13).

 

La carità consiste nell’amare il prossimo come Cristo lo ha amato: fino a dare la vita e senza esclusione di persone. Essa si fonda sulla comunione di sentimento e di pensiero con Cristo che ci permette di avere il suo sguardo di amore verso il Padre e verso gli uomini, anche verso coloro che non ci sono graditi o ci hanno fatto del male.

 

Dio non ci ordina un sentimento che non possiamo suscitare in noi stessi. Egli ci ama, ci fa vedere e sperimentare il suo amore e, da questo «prima» di Dio, può come risposta spuntare l’amore anche in noi. […] Se il contatto con Dio manca del tutto nella mia vita, posso vedere nell’altro sempre soltanto l’altro e non riesco a riconoscere in lui l’immagine divina. Se però nella mia vita tralascio completamente l’attenzione per l’altro, volendo essere solamente  «pio» e compiere i miei «doveri religiosi», allora s’inaridisce anche il rapporto con Dio. […] Amore di Dio e amore del prossimo sono inseparabili, sono un unico comandamento. Entrambi però vivono dell’amore preveniente di Dio che ci ha amati per primo. Così non si tratta più di un «comandamento» dall’esterno che ci impone l’impossibile, bensì di un’esperienza dell’amore donata dall’interno, un amore che, per sua natura, deve essere ulteriormente partecipato ad altri. L’amore cresce attraverso l’amore” (Benedetto XVI, Deus caritas est, 17-18).

 

Comprendiamo allora che per vivere la carità sono insufficienti le sole forze umane, ma è necessaria la grazia di Dio e che non possiamo amare realmente il prossimo senza imparare a tenere fisso lo sguardo su quell’amore «più grande» con cui Cristo ci ha amati per primo.

 

S. Agostino commentando il comandamento dell’amore dice:

 

Il Signore non ti raccomanda prima l’amore del prossimo e poi l’amore a Dio, ma mette prima Dio e poi il prossimo. Ma siccome Dio ancora non lo vedi, meriterai di vederlo amando il prossimo. Amando il prossimo rendi puro il tuo occhio per poter vedere Dio come chiaramente dice Giovanni: Se non ami il fratello che vedi, come potrai amare Dio che non vedi[…] Ama dunque il prossimo e mira dentro di te la fonte da cui scaturisce l’amore del prossimo: ci vedrai, in quanto ti è possibile, Dio” (S. Agostino, Commento al Vangelo di Giovanni, 17,8). E altrove aggiunge: “L’amore vicendevole non sarebbe autentico senza l’amore di Dio. Uno infatti ama il prossimo suo come se stesso, se ama Dio; perché se non ama Dio, non ama neppure se stesso. In questi due precetti della carità si riassumono infatti tutta la legge e i profeti” (ibid., 87,1).

 

Amore e comandamenti

 

La carità è strettamente legata ai comandamenti di Dio. La Legge, infatti, ci insegna il giusto modo di amare Dio, il prossimo e noi stessi. È come un “cartello indicatore” che ci fa conoscere la via da percorrere per vivere nella giustizia e nell’amore di Dio. Senza i comandamenti dimenticheremmo facilmente il nostro vero bene e quello del nostro prossimo; scambieremmo con troppa facilità la vera immagine di Dio con un’idea falsata di Lui, costruita su misura per noi; la nostra dignità di creature chiamate alla comunione con Dio, con una prospettiva ridotta all’orizzonte della vita terrena; i beni eterni preparati da Dio per noi prima della creazione del mondo, con le gioie passeggere e limitate che provengono dal mondo.

 

Chi dice: “Lo conosco” e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e la verità non è in lui; ma chi osserva la sua parola, in lui l’amore di Dio è veramente perfetto. Da questo conosciamo di essere in lui. Chi dice di dimorare in Cristo, deve comportarsi come lui si è comportato (1Gv 2,4-6). Chi osserva i suoi comandamenti dimora in Dio ed egli in lui. (1Gv 3,24)

 

Tuttavia la Legge è in se stessa morta, non avendo la capacità di sostenere la nostra volontà nel compiere il bene che essa ci indica. Non è in grado di porre rimedio alla debolezza della nostra natura umana, spesso incline ad un amore disordinato e sensibile, più che al dono di sé e alla ricerca del bene altrui.

 

Per questo i comandamenti molte volte ci appaiono come una imposizione, come un compito gravoso. È lo spirito Santo, Amore di Dio, a renderci facile l’osservanza dei comandamenti e così portare a perfezione la carità, ossia la presenza di Dio in noi mediante il suo amore. San Giovanni Apostolo riporta l’insegnamento di Gesù:

 

Se mi amate, osserverete i miei comandamenti. Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete, perché egli dimora presso di voi e sarà in voi. […] Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama. Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui”.  (Gv 14,15-21)

 

E sant’Agostino commenta:

 

L’importante è tener presente che senza lo Spirito Santo noi non possiamo né amare Cristo né osservare i suoi comandamenti, e che tanto meno possiamo farlo quanto meno abbiamo di Spirito Santo, mentre tanto più possiamo farlo quanto maggiore è l’abbondanza che ne abbiamo. Non è quindi senza ragione che lo Spirito Santo viene promesso, non solo a chi non lo ha, ma anche a chi già lo possiede: a chi non lo ha perché lo abbia, a chi già lo possiede perché lo possieda in misura più abbondante. (S. Agostino, Commento al Vangelo di Giovanni, 74,2-2)

 

La carità non è invidiosa

 

San Paolo nell’inno alla carità (cf 1Cor 13) scrive che la carità non è invidiosa nel senso che – come spiega bene San Gregorio Magno – non invidia la gloria di questo mondo, né la desidera, ma piuttosto la disprezza (San Gregrio Magno, Commento a Giobbe, X, 6). Infatti, chi è mosso dalla carità non cerca la propria consolazione nel possesso dei beni materiali, né nell’onore e nell’approvazione degli uomini, perché le gioie che tali cose ci procurano finiscono molto in fretta. Per questo la carità non invidia coloro che le possiedono, ma compatisce chi in esse confida e fa dipendere la propria gioia e speranza dal possesso di beni provvisori.

 

La carità cerca unicamente la volontà di Dio e non ha altro scopo che quello di piacere a Lui, per essere unito a Lui; si rallegra del bene altrui come del proprio e cede volentieri ad altri gli onori e le ricchezze mondane, per abbracciare, sull’esempio di Gesù ed insieme a Lui, il nascondimento e l’umiliazione.

 

Scrive sant’Agostino:

 

«La regola dell’amore consiste nel volere che i beni che vengono a noi vengano anche all’altro e nel non volere che capitino all’altro i mali che non vogliamo che capitino a noi stessi, e nel conservare questa disposizione d’animo verso tutti gli uomini» (S. Agostino, La vera religione, 46,87).

 

Questa retta intenzione impedisce di provare tristezza di fronte al bene altrui. Sappiamo, invece, che in noi ci sono spesso diverse finalità con cui compiamo le azioni, a volte anche disordinate: compiacere gli altri, farsi onore, acquistare ricchezze e, quasi sempre, accontentare i nostri gusti, la nostra volontà. Per questo San Paolo ci invita a rettificare sempre le nostre intenzioni: «Sia dunque che mangiate sia che beviate sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio» (1Cor 10,31). I Salmi ci insegnano a pregare: «Chi altri avrò per me in cielo? Fuori di te nulla bramo sulla terra. Vengono meno la mia carne e il mio cuore, ma la roccia del mio cuore è Dio» (Sal 72,25-26). «Sazia pure dei tuoi beni il loro ventre, se ne sazino anche i figli, e ne avanzi per i loro bambini. Ma io per la giustizia contemplerò il tuo volto, al risveglio mi sazierò della tua presenza» (Sal 17,14-15).

 

Che cosa significa cercare la gloria di Dio su questo punto lo spiega san Giovanni Crisostomo dicendo:

 

«Vorreste vedere Dio glorificato da voi? Ebbene, rallegratevi dei progressi del vostro fratello, ed ecco che Dio sarà glorificato da voi. Dio sarà lodato – si dirà – dalla vittoria sull’invidia riportata dal suo servo, che ha saputo fare dei meriti altrui il motivo della propria gioia» (San Giovanni Crisostomo, Omelie sulla Lettera ai Romani, 7,5).

 

Carità e catechesi

 

La carità non si limita a soccorrere i bisogni materiali delle persone, ma guarda all’uomo nella sua interezza, corpo e anima, e a tutte le dimensioni della vita, terrena e ultraterrena. In questo senso è fondamentale prendersi cura della salvezza delle anime, desiderando il loro avvicinamento a Dio ed operando attivamente perché si realizzi. Questo avviene soprattutto nell’opera di evangelizzazione che ha la sua forma eminente nella catechesi. Infatti, per amare Dio bisogna conoscerlo e come si potrebbe conoscere Dio senza qualcuno che lo annunci con verita? A questo proposito San Paolo si esprime così:

 

Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato. Ora, come potranno invocarlo senza aver prima creduto in lui? E come potranno credere, senza averne sentito parlare? E come potranno sentirne parlare senza uno che lo annunzi? […] La fede dipende dunque dalla predicazione e la predicazione a sua volta si attua per la parola di Cristo (Rm 10,12-17).

 

L’annuncio del Vangelo non è sganciato dalla verità, ma contiene delle verità ben precise che la Chiesa ha raccolto ed espresso in modo chiaro nel Catechismo della Chiesa Cattolica, di recente sintetizzato in un Compendio. Alla necessità di riferirsi a questo insegnamento ci richiama il Papa dicendo:

 

Cari fratelli e sorelle, quanto è necessario che, in quest’inizio del terzo millennio, l’intera comunità cristiana proclami, insegni e testimoni integralmente le verità della fede, della dottrina e della morale cattolica in maniera unanime e concorde! All’auspicato rinnovamento della catechesi e dell’evangelizzazione possa contribuire anche il Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, perché tutti i cristiani – ragazzi, giovani ed adulti, famiglie e comunità -, docili all’azione dello Spirito Santo, diventino in ogni ambiente catechisti ed evangelizzatori, aiutando gli altri ad incontrare Cristo. Lo chiediamo con fiducia alla Vergine Madre di Dio, Stella dell’evangelizzazione (Angelus, 3 luglio 2005).

 

Durante l’Anno Paolino, in occasione della visita in Francia il Papa ha ribadito che il Catechismo della Chiesa Cattolica è uno strumento prezioso per far crescere in ogni battezzato il gusto di Dio e la comprensione del senso della vita, poiché offre una sintesi armoniosa della fede cattolica e consente di annunciare il Vangelo con fedeltà reale alla sua ricchezza.

 

Una accurata preparazione dei catechisti consentirà la trasmissione integrale della fede, secondo l’esempio di san Paolo, il più grande catechista di tutti i tempi. […] In mezzo alle cure apostoliche egli esortava così: “Verrà giorno in cui non si sopporterà più la sana dottrina ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole” (2 Tm 4,3-4). Consapevoli del grande realismo delle sue previsioni, con umiltà e perseveranza voi vi sforzate di corrispondere alle sue raccomandazioni: “Annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna … con ogni magnanimità e dottrina” (2 Tm 4,2) (Discorso ai Vescovi francesi, 14 settembre 2008).

 

Carità, solidarietà e compassione

 

Quando si parla di carità, anche tra i cristiani, possono sorgere incomprensioni dovute al fatto che il termine carità viene utilizzato in senso riduttivo per indicare quel sentimento umano e naturale che sgorga dal nostro cuore di fronte a situazioni di particolare necessità o miseria umana. Terremoti, alluvioni, guerre che causano distruzione e morte, arrecando gravissimi disagi alle persone, suscitano in noi un senso di compassione che ci spinge a prenderci cura di esse. Questo sentimento, può nascere spontaneamente anche in coloro che appartengono ad altre religioni o addirittura si professano atei ed è dovuto al fatto di sentirsi solidali con persone uguali noi, che si trovano a vivere una grave sofferenza. Ma la carità non è solo un sentimento che nasce di fronte al dolore e all’indigenza altrui. La carità è cercare e volere la volontà di Dio, è volere il bene che Dio vuole, è praticare i suoi comandamenti, non come imposizione esterna o come privazione della mia libertà, ma come l’unico mio volere, che riconosco come il vero bene per me e per gli altri.

 

L’amore non è soltanto un sentimento. I sentimenti vanno e vengono. Il sentimento può essere una meravigliosa scintilla iniziale, ma non è la totalità dell’amore. […] È proprio della maturità dell’amore coinvolgere tutte le potenzialità dell’uomo ed includere, per così dire, l’uomo nella sua interezza. […] il nostro volere e la volontà di Dio coincidono sempre di più: la volontà di Dio non è più per me una volontà estranea, che i comandamenti mi impongono dall’esterno, ma è la mia stessa volontà, in base all’esperienza che, di fatto, Dio è più intimo a me di quanto lo sia io stesso. Allora cresce l’abbandono in Dio e Dio diventa la nostra gioia (cfr Sal 73 [72], 23-28) (Benedetto XVI, Deus caritas est, 17).

 

Anche la carità di Cristo è fatta di compassione, ma non si ferma ad essa: prima della moltiplicazione dei pani «vide una grande folla e sentì compassione per loro e guarì i loro malati» (Mt 14,14). Ma quale “sentimento” era presente in Lui, quando prima del suo sacrificio «in preda all’angoscia, pregava più intensamente; e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano a terra» (Lc 22,44)? “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà” (Lc 22,42). Quale compassione potevano suscitare nel cuore di Cristo i suoi carnefici? Eppure disse: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). Sulla croce, «abbandonato» anche dal Padre suo, compie l’ultimo e più elevato atto di carità: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc 23,46).

 

La carità è la virtù teologale per la quale amiamo Dio sopra ogni cosa per se stesso, e il nostro prossimo come noi stessi per amore di Dio (Catechismo Chiesa Cattolica, n. 1822).

 

Carità in famiglia. L’amore coniugale

 

Uno dei “luoghi” privilegiati per esercitare la carità è la famiglia, fondata sull’amore reciproco degli sposi, che con il sacramento del matrimonio assume il grande ed impegnativo compito di vivere e manifestare l’amore puro, fedele ed indissolubile di Cristo per la Chiesa. Nel sacramento del matrimonio, con l’effusione dello Spirito Santo sugli sposi, l’amore coniugale raggiunge quella pienezza a cui è interiormente orientato: la carità coniugale, che è il modo proprio e specifico con cui gli sposi partecipano e sono chiamati a vivere la carità stessa di Cristo che si dona sulla Croce (cf Giovanni Paolo II, Familiaris consortio, 13).

 

“La parola centrale della Rivelazione, «(Dio ama il suo popolo», viene pronunciata anche attraverso le parole vive e concrete con cui l’uomo e la donna si dicono il loro amore coniugale. Il loro vincolo di amore diventa l’immagine e il simbolo dell’Alleanza che unisce Dio e il suo popolo (cfr. ad es. Os 2,21; Ger 3,6-13; Is 54). E lo stesso peccato, che può ferire il patto coniugale diventa immagine dell’infedeltà del popolo al suo Dio. […] Ma l’infedeltà di Israele non distrugge la fedeltà eterna del Signore e, pertanto, l’amore sempre fedele di Dio si pone come esemplare delle relazioni di amore fedele che devono esistere tra gli sposi (cfr. Os 3)” (ibid., 12).

 

L’insegnamento degli apostoli è unanime e chiaro:

 

“E voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola per mezzo del lavacro dell’acqua accompagnato dalla parola, al fine di farsi comparire davanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata” (Efesini 5,25-27).

 

Per spiegare questo passo, S. Ambrogio scriveva:

 

«Non sei il suo padrone, bensì il suo marito; non ti è stata data schiava, ma in moglie… Ricambia a lei le sue attenzioni verso di te e sii ad essa grato del suo amore» (Exameron, V,7,19).

 

L’amore coniugale deve essere reciproco: anche la moglie ha il dovere di amare il marito e di esercitare la carità di Cristo nel matrimonio, non solo per sé, ma – come ricorda la Sacra Scrittura – anche a testimonianza per i non credenti:

 

“Ugualmente voi, mogli, state sottomesse ai vostri mariti perché, anche se alcuni si rifiutano di credere alla parola, vengano […] conquistati considerando la vostra condotta casta e rispettosa. Il vostro ornamento non sia quello esteriore – capelli intrecciati, collane d’oro, sfoggio di vestiti – ; cercate piuttosto di adornare l’interno del vostro cuore con un’anima incorruttibile piena di mitezza e di pace: ecco ciò che è prezioso davanti a Dio” (1Pietro 3,1-7).

 

Carità in famiglia. L’amore tra genitori e figli

 

La carità si esercita in famiglia anche tra genitori e figli. Questa particolare espressione dell’amore ha come elemento fondamentale e necessario la consapevolezza, da parte dei genitori, di essere cooperatori dell’amore del Padre e di Cristo Buon Pastore. I figli non sono per i genitori una «proprietà personale» di cui si può disporre a piacere o su cui riversare il proprio egoistico affetto, né degli «estranei» avuti quasi per caso, che stravolgono i  nostri progetti ed intralciano le nostre aspirazioni. I figli sono una grazia, un dono di Dio, una vera chiamata: avviare e sostenere il cammino dei figli all’incontro e alla comunione con Dio. Da parte dei figli si tratta di prendere coscienza del fatto che Dio si prende cura di loro attraverso la sana obbedienza ai genitori naturali o adottivi. Forgiandosi alla scuola dell’obbedienza, essi imparano ad essere docili all’azione di Dio e diventano simili a Cristo, obbediente al Padre fino alla morte di croce; possono evitare molti mali e pericoli, ed imparare la pratica delle virtù.

 

Figli, obbedite ai vostri genitori nel Signore, perché questo è giusto. Onora tuo padre e tua madre: è questo il primo comandamento associato a una promessa: perché tu sia felice e goda di una vita lunga sopra la terra. E voi, padri, non inasprite i vostri figli, ma allevateli nell’educazione e nella disciplina del Signore (Efesini 6,1-4)

 

Solo pregando insieme con i figli, il padre e la madre, mentre portano a compimento il proprio sacerdozio regale, scendono in profondità nel cuore dei figli, lasciando tracce che i successivi eventi della vita non riusciranno a cancellare. Riascoltiamo l’appello che Paolo VI ha rivolto ai genitori: «Mamme, le insegnate ai vostri bambini le preghiere del cristiano? Li preparate, in consonanza con i sacerdoti, i vostri figli ai sacramenti della prima età: confessione, comunione, cresima? Li abituate, se ammalati, a pensare a Cristo sofferente? A invocare l’aiuto della Madonna e dei santi? Lo dite il Rosario in famiglia? E voi, papà, sapete pregare con i vostri figliuoli, con tutta la comunità domestica, almeno qualche volta? L’esempio vostro, nella rettitudine del pensiero e dell’azione, suffragato da qualche preghiera comune, vale una lezione di vita, vale un atto di culto di singolare merito; portate così la pace nelle pareti domestiche: “Pax huic domui!” Ricordate: così costruite la Chiesa!» (Giovanni Paolo II, Familiaris consortio, 60)

 

Insegnare con amorevolezza a pregare bene è dovere dei genitori; è la più grande opera di carità che rende buono il cuore dei figli da cui scaturiscono ogni genere di opere buone.

 

Esame di coscienza sulla carità

 

San Paolo nella Prima Lettera ai Corinti spiega che la carità, fra tutti i doni che si possono desiderare e ricevere da Dio, è il più importante, perché senza di essa non è possibile piacergli e non si può realizzare la nostra unione con Lui.

 

Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna.  E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova (1Cor 13,13).

 

Ciò che importa, e rimane anche dopo la morte, è il nostro impegno per far coincidere la nostra volontà con la volontà di Dio ed essere così completamente uniti a Lui. Nel cielo i santi non hanno più bisogno della fede, perché vedono Dio, e non sperano più di raggiungerlo, perché sono alla Sua presenza in eterno. Soltanto sono uniti a Dio dalla carità, dalla loro volontà perfettamente conforme a quella di Dio, in modo che essi non vogliono nulla, se non quello che Dio vuole.

 

Tutti i cristiani sono chiamati da Dio, in virtù del battesimo, a santificarsi, a portare a perfezione la propria unione a Cristo nella carità. È bene interrogarsi sul nostro modo di vivere la carità, con tutto quello che essa comporta. San Paolo ci indica quali sono le caratteristiche della carità e le virtù ad essa correlate:

 

La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta (1Cor 13,47).

 

Da questo testo possiamo riconoscere la presenza della carità in noi con un esame di coscienza. Rileggendo il testo, sostituiamo il nostro nome alla carità e domandiamoci quanto corrisponde al vero; scoprendoci in difetto domandiamoci in quale virtù dobbiamo maggiormente esercitarci: Io (nome) sono paziente, … sono benigno, … non sono invidioso, … non mi vanto, … non mi gonfio, … non manco di rispetto, … non cerco il mio interesse, … non mi adiro, … non tengo conto del male ricevuto, … non godo dell’ingiustizia, ma mi compiaccio della verità. … tutto copro, tutto credo, tutto spero, tutto sopporto.

 

Offese alla carità

 

Qualsiasi peccato, in senso generale, può essere considerato un’offesa contro la carità. Ma in modo specifico dobbiamo dire che ci sono dei peccati che direttamente contrastano l’amore di Dio e in qualche modo indeboliscono o distruggono questa virtù. Apparendo a Santa Margherita Maria Alacoque, il Signore Gesù le fece vedere il suo Cuore coronato di spine e le disse: “Ecco quel cuore che ha tanto amato gli uomini e dai quali non riceve che ingratitudini e disprezzo”. In effetti l’ingratitudine e l’indifferenza verso i doni dell’amore misericordioso di Dio sono vere e proprie offese alla carità.

 

Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca. Tu dici: “Sono ricco, mi sono arricchito; non ho bisogno di nulla”, ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo. Ti consiglio di comperare da me oro purificato dal fuoco per diventare ricco, vesti bianche per coprirti e nascondere la vergognosa tua nudità e collirio per ungerti gli occhi e ricuperare la vista. Io tutti quelli che amo li rimprovero e li castigo. Mostrati dunque zelante e ravvediti. (Apocalisse 3,15-19)

 

Non si è né freddi né caldi quando si resta indifferenti di fronte alle sofferenze dei fratelli e alle espressioni visibili dell’amore di Dio: il mistero dell’incarnazione, della passione e morte di Gesù in croce, della risurrezione dai morti, il dono dello Spirito Santo, la presenza reale di Gesù nella Santa Eucaristia e tutte le meraviglie compiute da Dio per noi. L’indifferenza si può estendere anche alla Parola di Dio, quando si trascura di approfondirne la conoscenza tramite la lettura e la meditazione. Ma è soprattutto chiudendo il cuore ai fratelli che si trasgredisce al comandamento lasciatoci da Gesù: amatevi come io vi ho amati.

 

Si è ricchi quando si ritiene di non aver bisogno di Dio e del suo aiuto e quindi non ci si rivolge a Lui, non si ricorre ai sacramenti, non si accolgono o si contestano gli insegnamenti del Papa, o addirittura si maledice Dio, ritenendolo quasi ingiusto perché proibisce certi comportamenti o ci impedisce di fare la nostra volontà. Anche quando non si partecipa alle pubbliche espressioni della fede per ringraziare e lodare il Signore (come ad esempio la celebrazione domenicale della S. Messa) si offende la carità di Dio, dimostrando poca riconoscenza per l’amore infinito con il quale Egli ci ama.

 

Spesso è l’eccessivo amore per i beni materiali – che ci fa accontentare del benessere psicofisico – a portare al disprezzo dei beni spirituali. L’uomo che non vede Dio come  l’origine di ogni bene e non considera la vita eterna come una ricchezza diventa freddo nei confronti dell’amore misericordioso di Dio, perché già ricco di sé. Così perde la carità e resta privo del bene maggiore: il merito di riamare l’Amore, tenendo fisso nel nostro cuore che non si può amare Dio senza amare il prossimo.

 

I “giganti” della carità

 

In tutta la storia della Chiesa, dall’inizio fino ai giorni nostri, si può vedere la presenza costante di uomini e donne che hanno vissuto la carità in modo esemplare. Papa Benedetto XVI nella Deus caritas est,  la Lettera Enciclica sull’amore di Dio, ricorda in particolare la vita di san Lorenzo diacono e di san Martino di Tours, ma cita anche numerosi altri santi che si sono distinti per la dimensione sociale del loro operato e sono così diventati «veri portatori di luce all’interno della storia». Tra questi “giganti” della carità possiamo ricordare san Giuseppe Benedetto Cottolengo e la Beata Teresa di Calcutta (Madre Teresa). Il primo visse tra il 1786 e il 1841, fu ordinato sacerdote a Torino dove dedicò gli ultimi 15 anni della sua vita ad accogliere e curare i malati “rifiutati” dagli altri (orfani, sordomuti, soprattutto invalidi fisici e psichici), coadiuvato in questo lavoro da persone consacrate e volontari. L’opera, da lui fondata per volere di Dio, fu chiamata Piccola Casa della Divina Provvidenza – perché sostenuta esclusivamente attraverso le offerte dei benefattori – e divenne presto uno stimatissimo e ricercato ospedale, nel quale, ancora oggi, tutti gli operatori devono agire mossi dalla carità di Cristo. “L’amore di Cristo ci spinge” (2Cor 5,14), amava ripetere il Cottolengo, consapevole che le opere di carità prendono origine dall’amore di Dio per l’uomo e sono portate a compimento per amore a Dio.

 

Anche Madre Teresa di Calcutta (1910-1997), consacrò la sua vita al servizio dei “più poveri tra i poveri”, fondando una Congregazione missionaria dedita alla cura delle persone più bisognose, oggi diffusa in tutto il mondo. Nell’omelia di beatificazione di Madre Teresa, Papa Giovanni Paolo II disse:

 

«Come madre autentica per i poveri, si è chinata verso coloro che soffrivano diverse forme di povertà. La sua grandezza risiede nella sua abilità di dare senza calcolare i costi, di dare “fino a quando fa male”. La sua vita è stata un vivere radicale e una proclamazione audace del Vangelo. […] “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25, 40). Questo passo del Vangelo, così fondamentale per comprendere il servizio di Madre Teresa ai poveri, era alla base della sua convinzione, piena di fede, che nel toccare i corpi deperiti dei poveri toccava il corpo di Cristo. Era a Gesù stesso, nascosto sotto le vesti angoscianti dei più poveri tra i poveri, che era diretto il suo servizio. […] Desiderava essere un “segno dell’amore di Dio, della presenza di Dio, della compassione di Dio” e, in tal modo, ricordare a tutti il valore e la dignità di ogni figlio di Dio, “creato per amare ed essere amato”. Era così che Madre Teresa “portava le anime a Dio e Dio alle anime”, placando la sete di Cristo, soprattutto delle persone più bisognose, la cui visione di Dio era stata offuscata dalla sofferenza e dal dolore”» (Giovanni Paolo II, Omelia, 19 Ottobre 2003).

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